Dell’assassinio di Alexis Andreas Grigoropulos,
ragazzo, ha iniziato a occuparsi il Diritto di Polizia.
Ucciso a sangue freddo sabato 6 dicembre con un proiettile al petto da un
agente antisommossa a pochi passi dal Politecnico di Atene, una perizia resa
pubblica a tempo di record informa il mondo che si è trattato di un colpo
rimbalzato sul selciato. La declinazione ellenica di quella "dinamica del
calcinaccio" che servì per rendere ancora più confuse le coordinate
dell’assassinio volontario, al G8 di Genova, di Carlo Giuliani, ragazzo.
Si avvia così l’applicazione di quelle norme non
scritte che parlano tutte le lingue del mondo e che governano l’incolumità
giuridica degli assassini in divisa, qualunque ne sia il colore. Ci sono i
testimoni oculari, ci sono le stesse dichiarazioni rese a caldo dagli imputati,
ci sono i metodi "sproporzionati e illegali" cui fa riferimento
Amnesty International, ci sono - ancora una volta - ore e ore di filmati di
ogni origine e provenienza a documentare le violenze contro manifestanti
inermi. E ci sarà - facile previsione - chi per anni chiederà verità e
giustizia. Ma la Giustizia statuale sta già lavorando per il proiettile
accidentale, il caso isolato, la tragica fatalità.
E’ il Diritto di Polizia. Atene, Genova, Goteborg: non
c’è differenza. Diritto che, mentre garantisce un salvacondotto giudiziario ai
membri dell’esercito da guerra interna, interrompe i processi di
identificazione delle responsabilità politiche, disallinea la catena di comando,
alza una cortina protettiva attorno al potere esecutivo, rovescia l’ordine
delle priorità. A processo non vanno le strategie di imposizione di più rigide
condizioni di sfruttamento e oppressione, la negazione violenta delle istanze
di riscatto sociale, le sperimentazioni sanguinose di più alte soglie di
controllo e di repressione: a processo andranno le centinaia di fermati, sulle
condizioni di detenzione dei quali sappiamo troppo poco. Non le responsabilità
verso un paese che soffre la mancanza di investimenti, le privatizzazioni di
enti pubblici, la flessibilità nel lavoro, la disoccupazione, il caro vita,
dove a far traboccare il vaso è arrivata una disastrosa riforma dell’università
e della scuola. Un paese, evidentemente, non troppo diverso dal nostro.
Nelle iniziative di solidarietà per chi agisce il
conflitto ad Atene, Salonicco, Patrasso e in tutti i grandi centri urbani della
Grecia, nelle manifestazioni che si stanno dando da Berlino a Bologna, da
Londra a Venezia, che ancora si daranno nei prossimi giorni, si terrà viva la
memoria di Alexandros, uno di noi. Allo stesso modo deve essere viva la
percezione che è solo all’interno di una dinamica di azione collettiva che può
e deve trovare collocazione l’edificazione di un Diritto dei Movimenti. Nella
continuità con quel diritto di legittima resistenza sedimentato nelle strade e
nelle piazze di Genova si giocano molte delle possibilità di garantire le forme
che il conflitto sociale è destinato ad assumere dentro l’approfondirsi della
crisi. Di ragazzi stesi esanimi in una pozza di sangue e di poliziotti con
licenza di uccidere fornita dallo Stato non ne vogliamo più. E non serve
richiamare la Costituzione per ricordare che il primo diritto sociale è quello
di manifestare il dissenso. E’ solo il primo articolo del nostro Diri