Libia: siamo entrati a Misratah.
Ecco la verità sui 600 detenuti eritrei
MISRATAH – Di notte, quando cessano il vociare dei
prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il
rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a
un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a
Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono tutti
richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei
quartieri degli immigrati a Tripoli. Vittime collaterali della cooperazione
italo libica contro l’immigrazione. Sono più di 600 persone, tra cui 58 donne e
diversi bambini e neonati. Sono in carcere da più di due anni, ma nessuno di
loro è stato processato. Dormono in camere senza finestre di 4 metri per 5, fino
a 20 persone, buttati per terra su stuoini e materassini di gommapiuma. Di
giorno si riuniscono nel cortile di 20 metri per 20 su cui si affacciano le
camere, sotto lo sguardo vigile della polizia. Sono ragazzi tra i 20 e i 30
anni. La loro colpa? Aver tentato di raggiungere l’Europa per chiedere asilo.
Da anni la diaspora eritrea passa da
Lampedusa. Dall’aprile del 2005 almeno 6.000 profughi della ex colonia italiana
sono approdati sulle coste siciliane, in fuga dalla dittatura di Isaias
Afewerki. La situazione a Asmara continua a essere critica. Amnesty International denuncia continui arresti e
vessazioni di oppositori e giornalisti. E la tensione con l’Etiopia resta alta,
cosicché almeno 320.000 ragazzi e ragazze sono costretti al
servizio militare, a tempo indeterminato, in un paese che conta solo 4,7
milioni di abitanti. Molti disertano e scappano per rifarsi una vita. La
maggior parte dei profughi si ferma in Sudan: oltre
130.000 persone. Tuttavia ogni anno migliaia di uomini e donne
attraversano il deserto del Sahara per raggiungere la Libia e da lì imbarcarsi
clandestinamente per l’Italia.
La
prima volta che sentii parlare di Misratah fu nella primavera del 2007, durante
un incontro a Roma con il direttore dell’Alto commissariato dei rifugiati a
Tripoli, Mohamed al Wash. Pochi mesi dopo, nel luglio del 2007, insieme alla
associazione eritrea Agenzia Habeshia, riuscimmo a stabilire un contatto
telefonico con un gruppo di prigionieri eritrei che erano riusciti a introdurre
un telefono cellulare nel campo. Si lamentavano delle condizioni di
sovraffollamento, della scarsa igiene dei bagni, e delle precarie condizioni di
salute, specie di donne incinte e neonati. E accusavano gli agenti di polizia
di avere molestato sessualmente alcune donne durante le prime settimane di
detenzione. Amnesty International si espresse più volte per
bloccare il loro rimpatrio. E il 18 settembre 2007 la diaspora eritrea
organizzò manifestazioni nelle principali capitali europee.
Il
direttore del centro, colonnello ‘Ali Abu ‘Ud, conosce i report internazionali
su Misratah, ma respinge le accuse al mittente: “Tutto quello che dicono è
falso” dice sicuro di sé seduto alla scrivania, in giacca e cravatta, dietro un
mazzo di fiori finti, nel suo ufficio al primo piano. Dalla finestra si vede il
cortile dove sono radunati oltre 200 detenuti. Abu ‘Ud ha visitato nel luglio
2008 alcuni centri di prima accoglienza italiani, insieme a una delegazione
libica. Parla di Misratah come di un albergo a cinque stelle comparato agli
altri centri libici. E probabilmente ha ragione. Il che è tutto un dire. Dopo
una lunga insistenza, insieme a un collega della radio tedesca, Roman Herzog,
siamo autorizzati a parlare con i rifugiati eritrei. Scendiamo nel cortile. Ci
dividiamo. Intervisto F., 28 anni, da 24 mesi chiuso qua dentro. Mentre lui
parla mi accorgo che non lo sto ascoltando, in verità provo a mettermi nei suoi
panni. Abbiamo grossomodo la stessa età, ma lui i migliori anni della vita li
sta buttando via in un carcere, senza un motivo apparente.
Dall’altro
lato del cortile, Roman è riuscito a parlare per qualche minuto con un
rifugiato sottraendosi al controllo degli agenti della sicurezza che vigilano
sul nostro lavoro e riprendono con una telecamera le nostre attività. Si chiama
S.. Parla liberamente: “Fratello, siamo in una pessima situazione, siamo
torturati, mentalmente e fisicamente. Siamo qui da due anni e non conosciamo
quale sarà il nostro futuro. Puoi vederlo da solo, guarda!” Intanto
l’interprete li ha raggiunti e traduce tutto al direttore del campo, che
interrompe l’intervista e chiede a S. se per caso non vuole ritornare in
Eritrea. Lui risponde di no, intanto Roman lo invita ad allontanarsi a passo
svelto e a dire tutto quello che può prima che il direttore li interrompa di nuovo.
“Siamo qui da più di due anni, senza nessuna speranza. Siamo tutti eritrei. Io
sono venuto in Libia nel 2005. Cerchiamo asilo politico, a causa della
situazione nel nostro paese. Ma il mondo non si interessa a noi. Non è facile
stare due anni in prigione, senza nessuna comodità. Siamo in prigione, non
vediamo mai l’esterno. Tutti noi abbiamo bisogno della libertà, ecco di cosa
abbiamo bisogno”.
La polizia si avvicina nuovamente, Roman chiede a S. di mostrargli la sua
stanza. Zigzagando tra la folla nel cortile entrano nel corridoio su cui danno
la vista quattro stanze. All’interno, 18 ragazzi siedono su coperte e
materassini di gommapiuma stesi sul pavimento. La stanza misura quattro metri
per cinque. Al centro, una pentola gorgoglia sopra un fornellino da campeggio.
Non ci sono finestre. “Siamo in troppi qui, è sovraffollato – dice S. – non
vediamo la luce del sole e non c’è ricambio d’aria. Con il caldo d’estate la
gente si ammala. E anche di inverno, fa molto freddo di notte, la gente si
ammala”. Siamo a fine novembre, e i ragazzi indossano ciabatte da mare e
leggeri pullover. La stanza accanto è più grande, ci sono solo donne e bambini,
ma sono almeno il doppio.
A
quel punto gli uomini della sicurezza interrompono l’intervista e portano Roman
fuori dal cortile, dove gli presentano un rifugiato scelto dal direttore...
“Sono anche io un prigioniero” gli dice. Ma lui preferisce parlare con J.. Ha
34 anni e dice di essere stato in 13 prigioni diverse in Libia: “Alcuni di noi
sono qui da quattro anni. Personalmente sono a Misratah da tre anni. Siamo
nella peggiore delle situazioni. Non abbiamo commesso reati, stiamo solo
chiedendo asilo politico. E non ci viene concesso. Diteci almeno perchè? Visto
che nessuno ci informa. Che cosa sta succedendo là fuori? Diteci che cosa sarà
di noi! Nemmeno l’Acnur. Non ci dicono mai niente. Non ho più speranza, quando
ci vado a parlare nemmeno mi ascoltano. Pesavo 60 kg quando sono entrato,
adesso ne peso 48, immagina perchè..”
Il colonnello Abu ‘Ud segue la conversazione grazie alla traduzione in arabo
dell’interprete, finché non riesce più a trattenersi. “Vuoi ritornare in
Eritrea?” chiede a J. interrompendo bruscamente l’intervista. “Preferisco
morire – gli risponde – tutti preferirebbero morire. “Se vuoi andare in Eritrea
ti rimpatriamo in un solo giorno” minaccia il direttore. “Ci vietano di parlare
con te” dice J. a Roman. Il direttore diventa furioso. Gli grida in faccia
“Dite loro che li rimpatrieremo tutti!”. Poi si avvicina a Roman e con un urlo
secco ordina: “Finito!”. Roman cerca di protestare, “abbiamo finito” gli
ripette Abu ‘Ud mentre gli agenti lo tirano per le braccia verso l’uscita. Intanto
il colonnello sale sui gradini e si rivolge a gran voce a tutti i rifugiati che
nel frattempo si sono avvicinati per vedere cosa stia accadendo. “Se vi sentite
maltrattati qui, organizzeremo il vostro rimpatrio immediatamente. Avete già
rifiutato di ritornare nel vostro paese, ecco perchè siete in questo posto. Ma
ognuno di voi è libero di ritornare in Eritrea! Chi vuole andare in Eritrea?”
chiede alla folla. “Nessuno!” gli fanno eco i presenti. Scende e grida al mio
collega “Hai visto! Adesso abbiamo veramente finito”.
Saliamo
di nuovo nell’ufficio del colonnello, che con toni molto nervosi cerca di
convincerci del suo impegno. Per ben due volte l’ambasciata eritrea ha inviato
dei funzionari per identificare i prigionieri. Ma i rifugiati hanno sempre
rifiutato di incontrarli. Hanno addirittura organizzato uno sciopero della fame.
Comprensibile, visto che rischiano di essere perseguitati in patria. La Libia
dovrebbe averlo capito da un pezzo, visto che il 27 agosto 2004 uno dei voli di
rimpatrio per l’Eritrea partiti da Tripoli venne addirittura dirottato in Sudan
dagli stessi passeggeri. Ma il concetto di asilo politico sfugge alle autorità
libiche. Eritrei o nigeriani, vogliono tutti andare in Europa. E visto che
l’Europa chiede di controllare la frontiera, l’unica soluzione sono le
deportazioni. E per chi non collabora con le ambasciate – come i rifugiati
eritrei - la detenzione diventa a tempo indeterminato. Così per tornare in
libertà non rimangono che due possibilità. Avere la fortuna di rientrare nei
programmi di reinsediamento all’estero dell’Alto commissariato dei rifugiati
(Acnur), oppure provare a scappare.
Haron ha 36 anni. A casa ha lasciato una moglie e due bambini. Dall’Eritrea è
scappato dopo 12 anni di servizio militare non retribuito. Dopo due anni di
detenzione a Misratah, la Svezia ha accettato la sua richiesta di
reinsediamento. E’ partito tre giorni dopo la nostra visita, il 27 novembre
2008, con un gruppo di altri 26 rifugiati eritrei del campo di Misratah, tra
cui molte donne. I posti lasciati vuoti saranno presto riempiti con i nuovi
arrestati. Già la settimana scorsa sono arrivate otto donne. I reinsediamenti
sono le uniche carte che l’Acnur riesce a giocare, da un anno a questa parte,
in Libia. Le prime 34 donne eritree lasciarono il campo di Misratah nel
novembre del 2007 e furono accolte dall’Italia, a Cantalice, un piccolo comune
nella campagna di Rieti. Per l’Italia fu il primo reinsediamento ufficiale di
rifugiati dai tempi della crisi cilena del 1973. Ma l’operazione venne
censurata dagli uffici stampa del Ministero dell’Interno, per non sollevare polemiche
tra i leghisti. Insieme alle donne arrivarono 5 uomini e una bambina nata pochi
giorni prima.
Da
allora, circa 200 rifugiati sono stati trasferiti da Misratah in vari paesi.
Oltre all’Italia (70), anche in Romania (39), Svezia (27), Canada (17),
Norvegia (9) e Svizzera (5). A snocciolarmi i dati è Osama Sadiq. E’ il
coordinatore dei progetti della International organisation for peace care and
relief (Iopcr). Una importante ong libica, che si dichiara non governativa, ma
che tanto indipendente non deve essere, visto che ha al suo interno ex
funzionari del ministero dell’interno e della sicurezza. E che è talmente
influente, che l’Acnur riesce a entrare a Misratah soltanto sotto la sua
copertura. Proprio così. In un paese dove transitano ogni anno migliaia di
rifugiati eritrei, ma anche sudanesi, somali ed etiopi, l’Acnur conta meno di
una ong. Non ha nemmeno un accordo di sede. E non riesce a spendere una parola
a livello internazionale per la liberazione dei 600 prigionieri di Misratah.
Probabilmente a dettare la linea politica dell’Acnur in Libia sono fragili
equilibri diplomatici da non rompere per non rischiare di farsi cacciare da un
Paese che non ha nemmeno mai firmato la Convenzione di Ginevra. Eppure la Libia
sta conoscendo una importante fase di apertura. E il governo lavora a una nuova
legge sull’immigrazione che però – secondo chi ha letto la bozza - non contiene
nessun riferimento alla protezione dei rifugiati.
Per
quelli che non rientrano nei progetti di reinsediamento dell’Acnur, non rimane
che l’ennesima fuga. Koubros è uno di loro. Lo incontriamo sulle scale della
chiesa di San Francesco, nel quartiere Dhahra di Tripoli, dopo la messa del
venerdì mattina. Un gruppo di eritrei è in fila per lo sportello sociale della
Caritas, dove lavora l’infaticabile suor Sherly. A Misratah ha passato un anno.
Era stato arrestato a Tripoli durante una retata nel quartiere di Abu Selim. E’
scappato durante un ricovero in ospedale. Poi però è stato di nuovo arrestato e
portato al carcere di Tuaisha, vicino all’aeroporto di Tripoli. Dove è riuscito
a corrompere un poliziotto facendosi inviare 300 dollari dagli amici eritrei in
città. Siede vicino a Tadrous. Anche lui eritreo, anche lui disertore in fuga
dal suo paese. E’ uscito due settimane fa dal carcere di Surman. Era stato
condannato a cinque mesi di galera dopo essere stato trovato in mare con altri
90 passeggeri, a Zuwarah. In carcere si è preso la scabbia. Gli chiediamo di
accompagnarci nel quartiere di Gurgi, dove vivono gli eritrei pronti a partire
per l’Italia. Dice che è pericoloso. Gli eritrei vivono nascosti. La nostra
presenza potrebbe allertare la polizia e provocare una retata. Yosief però la
pensa diversamente, vive in una zona diversa. Lo seguiamo.
Scendiamo
in una traversa sterrata di Shar‘a Ahad ‘Ashara, l’undicesima strada, a Gurgi.
Qui vivono molti immigrati africani. L’appartamento è di proprietà di una
famiglia chadiana, che ha affittato a sette eritrei le due piccole stanze sul
terrazzo. Ci togliamo le scarpe per entrare. I pavimenti sono coperti di
tappeti e coperte. Ci dormono in cinque ragazzi. La televisione, collegata alla
grande parabola montata sul terrazzo, manda in onda videoclip in tigrigno di
cantanti eritrei. E’ un posto sicuro, dicono, perchè l’ingresso della casa
passa dall’appartamento della famiglia chadiana, che è a posto coi documenti.
Si sono trasferiti qui da poco, dopo le ultime retate a Shar‘a ‘Ashara. Adesso
quando sentono la sirena della polizia non ci fanno più caso. Prima si
correvano a nascondere. Ci offrono cioccolata, una salsa di patate e pomodoro
con del pane, 7-Up e succo di pera.
Continuiamo a parlare delle loro esperienze nelle carceri libiche. Ognuno di
loro è stato arrestato almeno una volta. E tutti sono usciti grazie alla
corruzione. Basta pagare la polizia, da 200 a 500 dollari, per scappare o per
non essere arrestati. I soldi arrivano con Western Union, grazie a una rete di
solidarietà tra gli eritrei della diaspora, in Europa e in America.
Anche Robel è stato a Misratah. C’ha passato un anno. Ci mostra il certificato
di richiedente asilo rilasciato dall’Acnur. Scade l’11 maggio 2009. Ma con
quello non si sente al sicuro. “Un mio amico è stato arrestato lo stesso,
glielo hanno strappato sotto gli occhi”. Durante la detenzione, ha scritto un
appello alla comunità internazionale, con un gruppo di sei studenti eritrei.
Sul
muro, accanto al poster di Gesù, c’è una foto in bianco e nero di una bambina
di pochi anni, con su scritto il suo nome, Delina, con il pennarello. L’ho
riconosciuta. E’ la stessa bambina che giocava sulle scale della chiesa con
Tadrous. Anche lei dovrà rischiare la vita in mare. “L’importante è arrivare
nelle acque internazionali”, dice Yosief. Gli intermediari eritrei (dallala)
che organizzano i viaggi, hanno diverse reputazioni. Ci sono intermediari
spregiudicati e altri di cui ci si può fidare. Ma il rischio rimane. Non posso
non pensarci, mentre sull’aereo di ritorno per Malta, comodamente seduto e un
po’ annoiato, sfoglio la mia agenda con i numeri di telefono e le email dei
ragazzi eritrei conosciuti a Tripoli. Prima della mia partenza per la Libia, un
amico etiope mi aveva dato il numero di telefono di un suo compagno di viaggio,
ancora a Tripoli, un certo Gibril. Ho provato a chiamarlo per tutto il tempo,
ma il numero era spento. Nell’orecchio mi risuona ancora l’incomprensibile
messaggio vocale in arabo. Speriamo che sia arrivato in Italia, o piuttosto a
Misratah. E non in fondo al mare.
Gabriele Del Grande
(Un ringraziamento speciale a Roman Herzog che ha
contribuito alla stesura del pezzo e senza il quale non sarebbe stato possibile
questo viaggio)