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Mafia e Stato: una pacifica convivenza italiana PDF Stampa E-mail
 
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terranostra

 
 
 
 
 
 
Mafia e Stato: una pacifica convivenza italiana   di Gianni Lannes
                                   
Radicata e presente. Non conosce crisi: dai 77 miliardi di euro certificati nel 2005 nel IX Rapporto della Confesercenti ai 100 miliardi valutati recentemente dall’Onu. Le mafie sono tutt’altro che sconfitte, ma risultano saldamente avvinghiate alla scena politica tricolore, o meglio all’attuale governo. Non sono affatto organizzazioni criminali indebolite. Anzi, proprio perché hanno smesso di sparare o di piazzare ordigni per compiere stragi, sono riuscite in parte a farsi dimenticare dall’opinione pubblica. Hanno potuto riorganizzarsi e inserirsi ancora più profondamente nei gangli vitali della politica e dell’economia. Lo dimostrano le ultime inchieste giudiziarie di rilievo che hanno colpito personaggi e strati sociali non identificabili con gli ambienti mafiosi. Ormai è dimostrato che Cosa Nostra ha le sue pedine inserite direttamente nel mondo della politica, delle professioni e delle istituzioni. Vero onorevole Berlusconi? E’ accordo con l’assunto onorevole Schifani? Non concorda ovviamente il senatore Dell’Utri, già condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 17 settembre riprende a Palermo il processo proprio al co-fondatore di Forza Italia e il piduista Silvio delegittima i magistrati che fanno il loro dovere. Che singolare coincidenza. Bontà sua: convive comunque col fenomeno l’ex ministro Lunardi. La mafia rappresenta una delle voci più consistenti dell’economia sommersa, con un indotto paralegale per centinaia di migliaia di posti di lavoro, e possiede il 20 per cento dei titoli del debito pubblico. Un patrimonio di 6.556 immobili, per un valore approssimativo di circa un miliardo di euro. A tanto ammonta, il frammento d’Italia strappato a Cosa Nostra, 11 anni dopo sull’uso sociale dei beni confiscati con la legge 109/96. Una bazzecola, a fronte di un fatturato gigantesco. Dopo il picco del 2000-2001 (circa mille confische l’anno), si è precipitati alle 161 del 2005. Inadeguatezza legislativa? Non è ancora attiva l’anagrafe dei conti bancari per accedere direttamente ai dati dei correntisti, nonostante sia prevista dalla Finanziaria del 1991. Lo stesso vale per la legge Mancino del 1993 sui trasferimenti delle proprietà d’immobili e terreni. Per sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata occorrerebbero misure difficili (come la legalizzazione delle droghe o la drastica limitazione del segreto bancario) che nessuno si sente di adottare. Dunque, una sua sconfitta rapida e totale provocherebbe una serie di effetti indesiderabili tanto per il mondo finanziario quanto per quello politico. La soluzione a questo punto? Meglio orientarsi a una “lotta” intesa al massimo come contenimento e, per il resto, adattarsi a conviverci. Beninteso: nessun ministro, prefetto, questore o generale dei carabinieri lo ammetterebbe mai, anzi, in pubblico, i discorsi traboccano delle solite assicurazioni che la lotta alla mafia prosegue con il vigore di sempre «fino all’immancabile vittoria». Ma in politica, spesso, le cose che si dicono sono molto meno importanti di quelle che si tacciono. Quando non si crede di poter vincere una battaglia e dallo scontro frontale si passa a un assedio imprevedibilmente lungo, quella battaglia non è più un impegno straordinario, ma una routine da affrontare con i mezzi ordinari. Appunto: la linea del «convivere e contenere». Negli ultimi tempi, tutti abbiamo constatato un progressivo calo di tensione, ma ciò non è altro che il prodotto della linea del «convivere e contenere». Bando ai ragionamenti: “bisogna far sistema”. Questa ricetta tipicamente italiana consiste nella capacità di stabilire reti di complicità e connivenze tra politicanti, professionisti, dirigenti istituzionali, faccendieri e criminali, con un unico scopo: saccheggiare i beni e le risorse pubbliche. E poi ci sono i buchi neri. L’illegalità si annida nelle pieghe dei corpi dello Stato, nei regolamenti ministeriali, nelle leggi e nelle deroghe a getto continuo. Vantiamo un senatore a vita come Andreotti condannato e prescritto per mafia, e pregiudicati nella commissione parlamentare antimafia. La credibilità non è uno scherzo. Niente illusioni: la battaglia vera non è ancora decollata. Le mafie sono un fenomeno sociale, dunque si possono sconfiggere, basta fargli veramente la guerra. Tutti insieme, a partire dall’informazione.

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