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Manifesto
per l'educazione ambientale del futuro
Alfabeti
ecologici
31
agosto 2007
MINISTERO
DELL'AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE
Sottosegretario di Stato professoressa Laura Marchetti
Il testo che qui vi
presentiamo, elaborato dal gruppo di «saggi» costituto dal sottosegretario
Laura Marchetti presso il Ministero dell'Ambiente, della tutela del territorio
e del mare, è la prima proposta di un documento che, attraverso un dialogo
interministeriale [Ministero della Pubblica Istruzione, Ministero
dell'Ambiente] dovrà definire a breve le nuove Linee Guida per l'Educazione
ambientale e la sua collocazione fra gli insegnamenti della scuola pubblica
nazionale.
Lo proponiamo qui, in bozza, per aprire una discussione fra i lettori di Carta
e, più in generale, fra i cittadini, volendo coinvolgerli in un percorso
partecipativo finalizzato ad arricchire di contenuti, di valori, di «parole»
una proposta pedagogica che, attraverso una visione di «materialismo naturale»,
ha anche la «pretesa» di una rifondazione filosofica e antropologica.
Contributi, proposte critiche, emendamenti possono essere inviati a:
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Questa è la Terra. La linea che la
attraversa rappresenta l'evoluzione della temperatura media globale nell'arco
di una dozzina di migliaia di anni. Nella prima parte si visualizza la crescita
della temperatura, seguita da una caduta repentina in coincidenza con l'ultima
glaciazione. Nella seconda parte la temperatura riprende a salire in
coincidenza con la Rivoluzione Industriale, raggiungendo - come denuncia la
comunità scientifica internazionale negli ultimi rapporti dell'IPCC
[Intergovernment Panel on Climate Change] - livelli assai preoccupanti,
minacciosi per il destino del pianeta, delle civiltà, della vita tutta. La
parte finale della linea, fuori del tempo presente e rimandante al futuro, però
decresce; ma ciò non deriva da osservazioni e dati reali. Piuttosto da una
possibilità, da una scelta di cambiamento che dipende da noi.
1. Parliamo ai
ragazzi attraverso i luoghi. Primo quello di Korokocho, la grande discarica
umana al centro di Nairobi, una città fatta su una montagna di rifiuti in cui
vivono quasi tre milioni di persone: rifiuti umani, cifre di quello che, come
denuncia l'ultimo rapporto dell'ONU, sarà fra meno di cinquant'anni lo scenario
di tutta l'Africa, un mondo alla Blade Runner dove miliardi di uomini moriranno
per la fame, la sete, la siccità. Portiamo poi i ragazzi a fare visite guidate:
ma non solo nei parchi e nei musei della nostra bella nazione. Portiamoli a
visitare anche le periferie delle nostre città, gli alveari di cemento, gli
enormi ipermercati incapsulati o incastonati l'uno nell'altro e affiancati
ciascuno da grandi pattumiere, in cui sciamano folle di aspiranti consumatori:
veri e propri non-luoghi, templi sacralizzati dall'urbanesimo di una cattiva
modernità in cui svaniscono le relazioni di vicinato, il legame solidaristico
si allenta in un progressivo deterioramento dei mondi vitali interni come dei
luoghi comunitari.
Facciamo loro scoprire inoltre come sono diventati i mari, le montagne, i
deserti. Facciamo capire che scarseggia l'acqua, che il suolo geme per
l'illegalità, i rifiuti, il cemento, che il carico complessivo delle attività
produttive e degli stili di vita stanno producendo la sparizione progressiva di
migliaia di specie di piante e di animali, il degrado forse irreversibile delle
foreste e delle zone umide, la perdita della biodiversità e, con essa, di tutta
la bellezza, la potenza e ricchezza della vita. Facciamogli insomma comprendere
quanto è radicale la crisi e come, alle soglie del Terzo Millennio, l'umanità
si trovi ormai ad un bivio. Proviamo perciò a insegnare lo sdegno e un atto di
responsabilità verso il futuro, il futuro inteso come «principio speranza»,
come progetto collettivo capace di dare un destino sostenibile all'individuo,
alle specie, al vivente tutto. Cosa che vuol dire innanzitutto porre limiti
allo sviluppo, fermare la ybris distruttiva, moderare [con la cura, la
conservazione, la volontà di riparazione], la gara aggressiva e selettiva verso
un modello univoco e quantitativo di crescita e di progresso.
2. La Scuola è
forsel'unica organizzazione sociale che ha il carico di guardare al futuro, pur
avendo saldamente le basi e il cuore radicati al presente e pur avendo il
compito di conservare il passato. Essa impegna il tempo delle nuove
generazioni, condiziona il movimento e lo spazio, produce idee, valori, stili
di vita. Nella generale «società educante», assume un ruolo irrinunciabile di
sperimentazione e di coordinamento, un ruolo fisicamente e simbolicamente
legato all'identità e all' appartenenza. La Scuola, inoltre, almeno
nell'idealtipo, trasforma il desiderio individuale della conoscenza in un bene
condivisibile, in un bene comune.
A scuola, consiglia Bateson, si dovrebbe però innanzitutto imparare quando
figliano le cerve. E come mutano le stagioni. E qual è il filo rosso che
connette gli animali umani agli altri animali e viventi. A scuola si dovrebbe
tener presente quel percorso antropologico originario, quell'assetto
co-evolutivo che rende uno e unito il vivente, facendo della cultura, della
tecnica, della storia umana, una emergenza frutto di strutture naturali e
interazioni complesse. A scuola infine si dovrebbe studiare la radice,
quell'humusche abbarbica l'uomo alla Madre Terra e fa della sua vita un albero,
e delle sue scienze rami e bellissimi fiori: si dovrebbe insomma riprendere a
imparare dalla Natura, facendo in tal senso, della sua complessa e plurale
configurazione, un privilegiato «libro di lettura».
Nella scuola italiana però si è affermata [e ancora non si scardina nella sua
impalcatura] una proposta culturale che assume acriticamente un modello di
razionalità contro-natura foriero di quella minaccia che oggi mette a rischio
la sopravvivenza e la felicità della vita e dei viventi. Grazie ad un
sedimentato intreccio fra idealismo assoluto, meccanicismo riduzionista e
positivismo utilitarista, la scuola italiana riproduce ancora, nei suoi
fondamenti epistemologici, nelle sue pratiche, perfino nella sua organizzazione
degli spazi e degli abitati, una immagine del mondo umano come del tutto
estraneo al mondo naturale che, ove compare, rimane un «ambiente», ovvero un
mero sfondo, un inerte fondale, quando non proprio una «risorsa» da sfruttare.
Certo nella scuola italiana si pratica ormai diffusamente l'educazione
ambientaleche spesso però si confonde con l'informazione diffusa sui problemi
ambientali o con l'induzione a buoni comportamenti, e che oltretutto, di fatto,
rimane relegata a qualche aggiunta nei programmi scolastici o a qualche unità
didattica, riproducendosi perciò come un lavoro di nicchia che non riesce mai a
scalfire l'organizzazione culturale della scuola, né a modificare gli statuti
delle discipline. Né la recente legge 53/03 sulla riforma della scuola ha
corretto questa posizione; anche se è vero che, per la prima volta,
l'educazione ambientale è entrata nei programmi ufficiali della scuola italiana
assieme ad altre «educazioni trasversali» [educazione stradale, educazione
alimentare, educazione alla salute, ecc.], è stata al tempo stesso ridotta ad
un elenco, abbastanza casuale, di «obiettivi specifici di apprendimento »,
adagiandosi sulla superfice dei problemi ambientali [una shallow ecology assai
diversa dalla deep ecology che vorremmo qui praticare].
3. Nata per curare,
l'educazione ambientale rischia così di alimentare il male. A che serve infatti
insegnare - in genere nei progetti del pomeriggio o in fantomatici laboratori -
a fare la raccolta differenziata, a raccogliere le pile usate, a risparmiare
energia, se nelle materie curriculari si continua ad assumere la violenza come
modello delle relazioni fra esseri umani ed esseri umani e Natura? Se in
letteratura si amplifica il mito prometeico, si esalta la ybris onnipotente e
non si riesce mai, almeno ogni tanto, a far fare un bel capitombolo a Faust? Se
in fisica, in matematica si perpetua la «morte della natura», l'immagine cioè
della natura come «materia morta», come mera quantità retta da leggi
matematiche semplici, ripetibili e controllabili? Se in scienze naturali si
cancella l'evoluzione, il darwinismo, continuando a perpetuare un dualismo
metafisicoche concepisce l'anima umana spirituale come priva di ogni saldo
legame organico con il mondo dei corpi, e per contro, vede nei corpi, in tutto
il mondo materiale e naturale, persino nel mondo animale, un sistema di
macchineprivo di ogni lume di coscienza o sensibilità? A che serve se si
emargina la storia: la storia degli esseri umani prima, che, proposta come
sviluppo lineare, perde di sé la struttura della contraddizione, e della
trasgressione; e poi la storia della Natura che, proposta come materia
semplice, perde la sua vitalità, la sua autopoiesi, la sua capacità
intelligente, il suo svolgersi e mutarsi, anche se nei tempi lunghi?
A che serve insegnare nuove «competenze» ambientali, se poi, da un altro lato,
le «conoscenze» rimangono tutte affidate alle pretese della tecnica, anzi della
tecnoscienza, procedimento che di fatto sta usurpando l'essenza della scienza,
ovvero la sua capacità di previsione, di una ricerca pura e disinteressata,
pregna di meraviglia e capacità di contemplazione. A che serve se prende il
sopravvento il suo mandato imperativo: un avido richiedere, un prepotente
trasformare, una sorta di compulsione al manipolare, al di là di ogni
previsione, di ogni «principio di precauzione», che ha a che fare con il
primato dell'utile più che con le ragioni della formazione e del divenire umano
globale. Esso rischia di imporre ad una ricerca che proprio in Italia, con
Galilei, aveva chiesto di essere «senza toga», il principio di autorità,
l'apologia dell'esperto, il mito della neutralità. E più in profondo l'egemonia
binaria, la logica dell'identità, e una informazione, flessibile, parziale,
specialistica, ad alta velocità che mira a cambiare la destinazione stessa
della scuola: il mercato e non più l'umanità.
4. La scuola del
futuronon dovrà restringere lo spazio delle ormai indispensabili nozioni scientifiche
e tecnologiche, ma dovrà riportare anche loro alla ragione prima
dell'insegnamento, all'uomo non fabbro e non economico, all'essere umanosecondo
il miglior spirito umanistico. Certo, un umanesimo nuovo, disincarnato dalle
premesse aristocratiche o elitarie: un social humanisme, secondo la formula di
Dewey, che sia anche un social-ecological-humanisme; un «bioumanesimo»che
compia «l'umanismo come naturalismo e il naturalismo come vero umanismo», che
cioè sappia ricomporre una visione integrata dell'uomo e del mondo in base alla
quale l'uomo venga a interpretarsi come soggetto interno e vitalmente collegato
alla natura e apprenda altresì a «sentire» e ripensare il mondo [a ripensarsi
assieme al mondo] nella continuità e nella causalità complessa che lega tutti
gli esseri viventi. Che sappia ritrovare un gesto non umile ma filiale, capace
di riconoscere un'antica alleanza, ossia un sistema di relazioni in cui non si
privilegia una specie rispetto all'altra, un corpo su un altro, una dimensione
vitale su un'altra perché tutti e tutte partecipi e interagenti in un unico
progetto naturale e culturale, tutti e tutte interagenti all'interno di
un'unica «struttura che connette» il biologico, il materiale e il mentale.
In questo quadro, si pone all'educazione e alle sua agenzia un problema
prioritario: l'acquisizione di elementi di base per una sensibilità e un
pensiero autenticamente ecologici, l'acquisizione cioè di alfabeti ecologici
capaci di ridefinire nuovi criteri interpretativicon i quali indagare e conoscere
la infinità pluralità in cui si declina la «rete della vita» e a partire dai
quali si possa ricostruire una visione creativamente integrata di quei poli
concettuali che la convenzione ci ha rimandato divisi e in opposizione
[natura/cultura, mente/corpo, uomo/animale, ecc.]; una visione che possa anche
perseguire una nuova sensibilità estetica tramite cui stabilire rinnovate
sinergie conoscitive tra dimensioni sensoriali e dimensioni logiche, emozioni e
riflessività, fra ragione e immaginazione; una visione che sappia restituire
una nuova coscienza etica con cui individuare e perseguire nuove forme di cura
e di solidarietà nei confronti di tutti gli esseri viventi con i quali
condividiamo la fruizione e l'abitazione della terra in un intreccio di destini
biologici ed esistenziali diversi e pur tuttavia comuni.
L'educazione ambientale potrebbe essere un mentore per questa nuova
alfabetizzazione, almeno se non la si riduce ad istruzione, se non la si assume
come una disciplina, per quanto «trasversale», ma come una visione, un
approccio sistemico a problemi che coinvolgono la formazionedella persona nel
suo rapporto con gli altri e con il mondo, nonchè una sorta di grimaldello per
la rifondazione complessiva degli assetti curriculari. In questo senso sarebbe meglio
ridefinirla come educazione naturale, educazione alla complessità della Natura,
ma anche alla natura umana, alla naturalità umana e ad un diverso tipo di
relazione fra esseri umani in quanto essere naturali.
5. Nel documentoI
sette saperi necessari per una educazione futura, commissionato a Edgar Morin
dall'UNESCO, il filosofo ecologista ci mette in guardia da quel «paradigma
della semplificazione» che ha forgiato l'inconscio e la mente della modernità,
prescrivendo sia la riduzione [del naturale], sia la disgiunzione [dell'umano
al naturale], e impedendo così di concepire la relazione profonda fra l'uomo e
la Natura: cosa che invece potrebbe essere resa possibile da un «paradigma
della complessità» che però ancora non è del tutto accreditato dalla cultura
scientifica ufficiale, pur permeando quella «scienza che non c'è», come direbbe
Aby Warburg, che oggi si muove ai margini, negli intrecci, ai confini.
La «complessità», nozione epistemico-gnoseologica e insieme etica, restituisce
infatti alla conoscenza un immagine della Natura come organismo vivo,
intelligente e autopoietico [«l'ipotesi Gaia» di James Lovelock] e le
conferisce un metodo capace di guardare ancora alla totalità, intesa non come
la semplice sommatoria delle parti, ma come un insieme relazionato e integrato,
come un groviglio di potenzialità capace di co-produrre la totalità stessa. Ciò
apre la strada ad una serie di revisioni e di nuove interpretazioni sul
rapporto tra natura e cultura, tra natura e tecnica, tra specie umana ed ecosistema,
rimandando al carattere sistemico, plurale, dell'intera realtà fisica,
biologica, sociale e culturale che porta immediatamente a superare il
pregiudizio antropocentrico; ma anche a ridefinire la separatezza delle singole
discipline all'interno di un modello di relazioni fra campi disciplinari
differentiche recuperano il dialogo fra saperi apparentemente lontani
[matematica e poesia, arte ed epistemologia, ecc.] , accomunati però dalla loro
origine e destinazione finale che è la Lebenswelt, il «mondo-della-vita».
«Complesso» è infatti, nel senso etimologico, il complexus, vale a dire ciò che
viene tessuto insieme e il tessuto deriva da fili differenti e diventa uno. Per
il «paradigma della complessità», complessa è dunque la Natura che gioca con le
differenze, che attesta se stessa attraverso la biodiversità. Ma complesso è
anche il mondo umano, complesse le strutture mentali, i mondi sociali e
culturali. Complesse le grandi narrazioni, le storie e i miti. L'umanesimo
naturale, l'umanesimo compiuto, non può perciò che rinunciare, oltre che al
pregiudizio antropocentrico, anche a quelloetnocentrico, che invece vuole un
mondo umano semplice e colonizzato da un'unica monocultura. Una educazione
naturale, un sapere ecologico, non può che essere infatti anche un diverso
sapere antropologico, che sa guardare l'altrove e l'altro, con sguardo capace
di cogliere le diversità, le variabili geografiche e culturali di un dato
ambiente, gli usi e i costumi della cultura; ma anche l'identità,
l'universalità trascendentale e naturale del genere umano.
6. Nell'epoca
dell'inquinamento globale è proprio la mente ad essere la più inquinata. La
polluzione atmosferica viene sovrastata dalla polluzione delle idee,
l'invivibilità progressiva e la saturazione della biosfera, nonché la perdita
della biodiversità di specie, vengono condizionate e amplificate dalla
saturazione della semiosfera e dal venir meno di ogni culturale biodiversità.
L'effetto più evidente è la standardizzazione dell'immaginario, quella che
Serge Latouche denuncia come «macdonaldizzazione del mondo», una
uniformizzazione a livello planetario delle idee e dei linguaggi che, grazie
anche alla efficienza e alla velocità della telecomunicazione globale, omologa
non solo comportamenti e stili di vita ma, anche sentimenti e passioni, modi di
amare e di morire, di essere sani e di impazzire. Che omologa i sogni, i grandi
simboli, le immagini interiori, con un effetto mai visto prima: la progressiva
artificializzazione del mondo, la crescente migrazione del reale, la smaterializzazione
del corpo e del concreto.
È il mondo senza natura di Internet, è il gioco claustrofilico e senza
giocatori della Playstation: strade virtuali, siti virtuali, piazze virtuali,
esplorazioni virtuali, incontri virtuali. Èil morto che si mangia il vivo; è
una nuova immaterialità che avanza proponendo, soprattutto alle nuove
generazioni, un progetto di raddoppio del mondo, di nuova trascendenza:
l'uscita dal mondo precario e instabile in cui si trova gettato il giovane e il
viaggio verso un altro mondo, un mondo dove si entra in solitudine misterica
indossando lo schermo come uno scafandro, che si sa che è falso, un feticcio, e
che però è sicuro, senza imprevisti, dove si può essere finalmente aggressivi,
del tutto onnipotenti, scambiandosi perfino l'identità. Dove si può giocare ad
essere Frankestein o, meglio, a diventare Dio.
7. Contro questo
mondo, questa nuova e innaturale sacralità, ritorna come mai all'ordine del
giorno l'opzione per l'ecologia della mente, quella riforma che parte dalla
mente e che agisce in nome di un nuovo materialismo che rimetta la sensibilità,
la concreta spazialità, la vissuta temporalità. Cosa che significa ritrovarci
nel nostro corpocon un ritrovato uso dei nostri cinque sensi, della vista,
dell'udito, del tatto, dell'olfatto, del gusto. Il corpo, scriveva uno
straordinario fenomenologo, «è il veicolo dell'apertura, dell'essere al mondo,
e per un vivente avere un corpo significa unirsi ad un ambiente definito». Nel
corpo cioè si fondono esterno e interno, spirito e materia ritrovano
equilibrio, e una percezione libera e creativa rivela le profondità di se
stesso, dell'altro, del luogo. Nel corpo inoltre, nel suo essere apertura
immediata alla natura, si originano i processi astrattivi, le categorie, gli
schemi mentali [indispensabili poiché, come è noto, non vediamo solo attraverso
i nostri occhi, ma anche attraverso gli schemi visivi che ci siamo costruiti].
Pieno e vuoto, basso e alto, finito /infinito, spazio/tempo: non è forse
corporea anche l'origine delle strutture mentali, non fu plasmata lì,
nell'originario tragitto antropologico e all'interno del rapporto coevolutivo,
la forma delle categorie mentali umane? Non fu forse la montagna a dare l'idea
di triangolo e il sole quella di cerchio? E la musica da dove viene: non è la
nota che registra il gemito animale, il piacere sessuale o il sussurro del
vento? Così le immagini: non le immagini ipnagogiche, colonizzate; ma le
immagini primordiali, universali, condensato dei grandi simboli dell'umanità:
la Luce, le Tenebre, la Caverna, la Foresta, il Mare, non sono forse frutto del
contatto fra il corpo fisico e il corpo materiale, e non costituisce forse
l'Anima come un intreccio, non è forse lo scrigno in cui si depositano e si
scambiano informazioni i moti dell'affettività e del sentimento umano con la
qualità viva e specifica dei luoghi naturali?
8. L'educazione
naturalee la scuola del futuro non potranno fare a meno di loro, pena il
grigiore del futuro. Dovranno perciò proporsi innanzitutto come educazione e
scuola «all'aria aperta». Dovranno poter rompere il chiuso dell'aula, quello
spazio ancora gerarchico dove i ragazzi si danno le spalle, proiettandosi tutti
insieme verso l'autorità, e andare fuori: non per le visite guidate, ma per le
passeggiate, quelle passeggiate d'amore e di piacere che furono il cuore
dell'insegnamento di Socrate, di Rousseau, di Nietzsche. Passeggiate per
sentieri di campagna, magari impervi e interrotti, a dire l'incertezza, il
dubbio; passeggiate a piedi e lente, come è il pensiero, che si muove per
pause, per riflessioni; passeggiate per strade non asfaltate, di mare e di
montagna, dove il corpo è presente con i suoi odori, i suoi umori, la sua calda
e viva materialità. Chi cammina su queste strade non riesce ad esercitare quel
«pensare indirizzato» che è il limite della tecnoscienza: il suono delle
cicale, l'odore della menta, le onde, distraggono e suscitano un pensare
spontaneo, libero e nomade, un pensare fantastico, assolutamente in funzionale,
del tutto improduttivo che però riesce non solo a intuire la bellezza[essere
Uno nel Tutto, come avrebbe detto Empedocle, essere in unità e in armonia con
la grande catena vivente] ma anche a conoscere in profondità la Natura,
interpretandone la lingua [Leonardo].
Allo stesso modo l'educazione naturale non può fare a meno del gioco.
Cancellato dalla vita dei ragazzi dal «grande internamento» della società
virtuale, precluso perfino ai bambini [prigionieri di un tempo scuola sempre
più prolungato, o militarmente organizzati fra palestre, piscine e lezioni di
danza], il gioco rende la scuola, anche quando la pratica educativa si svolge
nel chiuso dell'aula, una scuola all'aria aperta. Esso infatti non è solo la
cifra della immaginazione e della creatività umana ma è anche il linguaggio
della Natura, la quale avendo una Mente intelligente non butta mai niente dei
suoi materiali, non produce scarti o rifiuti: usa piuttosto una sorta di
bricolage, di re-invenzione continua. Il gioco inoltre presiede alla
conservazione di una dimensione del tempo: il tempo dell'infunzionalità e del
riposo. È un tempo meridiano di pura dissipazione, di dolce far niente. È lo
struggimento del vuotoil cui valore, crediamo, sia non soltanto fortemente
educativo [lascia essere le cose, dà spazio alle immagini e ai demoni, favorisce
la contemplazione] ma anche salvifico. Ce lo ricorda Sigmund Freud, in un
brevissimo e straordinario saggio in cui si interroga su alcuni suicidi degli
studenti liceali di cui attribuisce la colpa alla scuola: ad una scuola troppo
seria, che non riesce a giocare appunto, che replica crudele « l'inesorabilità
della vita».
9. Il gioco infine
restituisce all'insegnante [maschio o femmina che sia] la funzione maieutica
della madre. Se è vero, come sostiene Carolyn Merchant, che «la morte della
natura passa attraverso la morte della madre», una educazione alla Natura e
alla vita non può che implicare la resurrezione, negli uomini e nelle donne,
del principio femminile e materno. Un principio portatore di valori di cura e
di pace, un principio di dono e di tenerezza e di conservazione per la vita,
anche nelle sue forme più fragili.
L'educazione che a scuola assume come asse paradigmatico la funzione della
madre sa coinvolgere nel processo conoscitivo attraverso la carezza, una
modalità etica, come ci ricorda Emmanuel Lévinas, fondata sulla sim-patia,
sulla comprensione, sulla reciproca partecipazione. La madre, che educando si
autoeduca, ha un atteggiamento di continua attenzione nei confronti del
bambino, di cui interpreta i bisogni vitali e i desideri profondi senza dare
importanza alla valutazione, senza confinarli quantitativamente in voti e
giudizi. La madre guarda il bambino, lo ascolta, lo ama e lo consola mentre gli
insegna a parlare e a camminare e a rifare i grandi e difficili gesti
antropologici dell'umanità; ogni tanto, suggerisce ostacoli e inciampi, mette
in scena pavéda superare ai fini dell'apprendimento, ma in forma lieve,
mantenendo presente e vivo il piacere. La madre insomma, per ritornare al
linguaggio dell'antipedagogia italiana degli anni '70 è maestra e animatore, e
veicola i contenuti in un contesto dove si intrecciano permanentemente sapere e
affettività, abito e motivazione, esperienze individuali e ambiente collettivo,
ricerca e momento ludico, valorizzando al massimo i cosiddetti «linguaggi non
verbali» [gesto, disegno, drammatizzazione] o comunque attribuendogli la stessa
dignità del leggere, scrivere e far di conto.
La madre inoltre pratica l'educazione partendo dalla mano, o meglio, per dirla
con Dewey e Freinet, superando il dualismo fra mano e cervello [e tra la logica
e la natura, la mente e il corpo], sa attingere «il saper fare»,
quell'attitudine all'imparar facendo che è il tratto migliore dell'educazione e
della scienza moderna. Imitarla significa dunque poter proporre nella scuola un
«esperimento vivo sul campo» che recupera le attività manuali e valorizza
l'intreccio fra studio e lavoro: un lavoro non più limitato alla vecchia
fabbrica di tipo fordista, ma al rapporto con la terra e con il mare: un lavoro
di cura e di riconciliazione con la natura madre che salva dalla cancellazione
gli ambienti primigeni, le icone campestri, i paesaggi estinti, i saperi minori
e le pratiche abili. Ogni ragazzo e ogni ragazza dovrebbe provarlo, passando
almeno sei mesi della giovinezza in un campo estivo in cui imparare dal vivo la
coscienza ambientale e solidale: imparare a conoscere la natura, imparare la
cura, la pulizia e un altro consumo, imparare a divertirsi, nella convivialità
e nel gioco.
10. L'educazione
naturalesi pone come ricapitolazione ontogenetica ma anche filogenetica. Il
bambino che apprende ludicamente da mano e voce di madre, ripercorre il cammino
dell'intera umanità. È infatti tramite l'esperienza diretta, la curiosità, la
meraviglia, il gioco, il contatto fisico e manuale che, dai primordi più
lontani, l'umanità ha elaborato e trasmesso le conoscenze, ha creato la cultura
poggiandola su quel sistema antico di sapere, su quello strato profondo, su cui
si è innestata la stessa scienza contemporanea, che è generalmente indicato come
sistema delle conoscenze tradizionali. Si tratta di soluzioni e tecniche locali
e anche di categorie simboliche e spirituali, trasmesse in modo diretto
attraverso le generazioni, che hanno permesso la gestione e costruzione di
ecosistemi e paesaggi culturali in tutto il pianeta e che si sono forgiate in
situazioni di penuria e ristrettezza di mezzi e in società preindustriali
caratterizzate dalla forte coesione sociale ed integrazione ambientale.
Le buone pratiche, trasmesse tramite le filastrocche delle madri, la manualità
degli artigiani, i racconti degli anziani, sono state selezionate e plasmate
nel confronto costante con la natura che non ha mai risparmiato i popoli da
prove difficili e cataclismi di ogni genere. Nel tempo le genti sono riuscite a
perpetuare la cultura, conservare le tradizioni e custodire l'arte. Costruttori
di città e templi, o nomadi, transumanti, espropriati della terra, hanno
racchiuso la sapienza collettiva nella memoria o in beni trasportabili.
Nell'artigianato, nei tappeti, nei gesti, nella fierezza, nell'epica e nel
canto. E la hanno riversata in luoghi deputati resi tali grazie al rito, le
saghe, la poesia. La hanno cristallizzata nei mausolei, nelle coltivazioni e le
costruzioni rurali, negli abitati e nei giardini, nei miti che permeano i
crinali montani e nei nomi dati alle valli delle fiumare. Questa catena di
conoscenze e trasmissione di sapere è parte integrante della qualità tutta
italiana di apprezzare, diffondere e creare attraverso il bello, la qualità e
l'arte. Nelle botteghe artigiane toscane, o seguendo le orme degli ultimi
transumanti abruzzesi, o aiutando i maestri parietari [costruttori di muri a
secco] pugliesi si può ancora imparare come la bellezza dei luoghi, dei
monumenti, delle strutture e delle tecniche è un'estetica necessaria dovuta
alla perfetta sintesi tra forma, uso, materiali, gesti e simboli. Ascoltare
queste voci, osservare i gesti, riprodurne la manualità, riconnettere gli
antichi sentieri della conoscenza, è un impulso al talento e all'innovazione
perché come insegna Levi Strauss «non siamo mai soli sui sentieri della
creazione».
11. Farsi nativi,
riflettere suoi luoghi, ritrovare radici, saperi e sapori della memoria. Farsi
raccontar le fiabe, antiche narrazioni del genius loci, nonché capisaldi archetipi
della letteratura di tutti i tempi. La scuola all'aria aperta, deve saper
recuperare, riparare, riusare. Deve salvare mondi scomparsi, narrazioni
perdute, lingue tagliate. Deve sottrarle al rimpianto, portarle nel futuro.
L'epoca nostra è l'epoca dello spostamento: di conquista, di affari, di
turismo, di necessità. La «globalizzazione» stessa ha la forma di un esodo di
massa alla ricerca di nuove fortune e mercati, uno sradicamento collettivo che
dissolve popoli, confini, frontiere nazionali, culture locali. La scuola degli
ultimi anni, cavalcando positivamente la globalizzazione, ha fatto di
conseguenza l'apologetica del continuo movimento: le giovani generazioni devono
imparare ad essere flessibili, veloci, in grado di cambiare prontamente casa, lavoro,
forse anche cultura e identità. Senza rispetto per la memoria, senza nostalgia.
L'educazione naturale pure si muove; porta con sé la sfida del viaggio, che è
apertura al nuovo, incontro con lo straniero, con il differente, con l'altro.
Essa è educazione globale, che guarda l'uomo nell'unità di specie e fra le
specie e lo considera abitante dell'intero pianeta. Ma l'educazione naturale
non può che essere anche locale, e non può che guardare anche alla radice, alla
comunità, ai luoghi nativi. Essa considera il rapporto con il territorio uno
dei più significativi dal punto di vista psicologico, antropologico, etologico.
Nella relazione, il territorio ha assunto sempre per l'uomo la funzione di
luogo significante, fatto sociale totale ricco di implicazioni culturali,
politiche, religiose. Un «luogo santo», su cui proiettare e soddisfare bisogni
antichi di radicamento, di appartenenza; un luogo nel quale prende corpo la
memoria culturale, elemento strutturale essenziale per il radicamento della
identità personale e collettiva.
La non leggibilità del proprio territorio è responsabile oggi di un nuovo
spaesamentoche lacera la percezione dello spazio e provoca la disabitudine alla
relazione performativa con la natura. Avanza lo spazio distrutto, ma anche lo
spazio anonimo e sempre più artificializzato, uno spazio totalmente
antropizzato in cui la natura sembra solo un feticcio, un ricordo di ciò che
ormai è definitivamente perduto. Il danno prodotto al paesaggio non è un danno
prodotto ad un «ambiente», ad un mero sfondo. Il danno al paesaggio è un danno
irreversibile prodotto al soggetto: come scrive Kundera «scomparse dal
paesaggio, le strade sono scomparse anche dall'animo umano; e l'uomo ha smesso
di desiderare di camminare con le proprie gambe e di gioire per questo».
12. Il territorio è
lo spazio fisicoin cui, in un contesto naturale, economico e sociale specifico,
con proprie caratteristiche ed esperienze, si incontrano i bisogni formativi
lungo tutto l'arco della vita. In essi si costruiscono le reti di relazioni fra
individui e gruppi e l'educazione ambientale vi sviluppa la condizione per
processi partecipativi che riguardano tanto la scuola quanto l'educazione lungo
tutto l'arco della vita. Per la scuola ciò significa essere profondamente
inserita nel contesto sociale e impegnata in una fitta rete di relazione e
partenariati, in sintonia con l'idea contemporanea di una società educativa, di
una «comunità educativa» che, includendo tutti i fattori politici, sociali,
psicologici, educativi e ambientali, è anche una «comunità ecologica».
Ricostruire il rapporto con il territorio sarà dunque uno dei primi impegni di
programma di una scuola fondata sulla educazione naturale. Essa perciò non può
che partire da una formazione continua, capace di creare presidi che
diffusamente, in senso spaziale e con continuità in senso temporale, alimentino
il circuito della conoscenza e della consapevolezza in relazione con soggetti
esterni, con le comunità locali. Si tratta cioè di pensare una scuola aperta al
proprio interno, ossia capace di lavorare fra le classi, nei laboratori, sui
nuovi saperi, incrementando spazi di innovazione, di ricerca, di pensiero
critico e divergente; ma anche di pensare una scuola rivolta all'esterno,
capace di stabilire continui interscambi con i luoghi formativi delle comunità,
del territorio: parchi, giardini, piazze urbane e rurali, considerati come
«aule didattiche decentrate». Insomma una scuola da una parte impegnata a
progettare in maniera scientifica i processi di costruzione delle conoscenze
dell'istruzione, dall'altra impegnata a intrecciare e a integrare le molteplici
risorse formative con il territorio, a partire dalla partecipazione. Una scuola
in cui cioè finalmente si ricongiungano paideia e politeia, democrazia ed
educazione.
13. La ripresa della
tradizionenazionale italiana può dare un contributo fecondo alla educazione
naturale. La filosofia naturale della magna Grecia, a cominciare dalla fusione
di Empedocle nell'Etna perché «io fui ragazza e ragazzo e virgulto...»;
l'umanismo dello scienziato artista Leonardo, intento a vedere e a rivivere,
ancorché vivisezionandola, la natura vivente e visibile; il naturalismo
filosofico rinascimentale di Campanella che insegnò a trattare la Natura iuxta
propria principia; la straordinaria utopia di Bruno, che per primo intuì il
legame fra «la formica e la stella», nonché l'esistenza nella Natura di una
«Mente», di un'Anima mundi; il realismo antropologico di Vico critico
dell'unilineare progresso, il materialismo critico di Leopardi, fanno della
tradizione filosofica italiana un pilastro nella ricostruzione storica di una
via diversa del pensiero, una via ambientalista capace di unificre umanesimo e
naturalismo. Essa deve ritrovare il giusto posto nella scuola italiana, una
scuola che deve avere la prospettiva della più ampia patria - quella «ampia
patria» che, diceva Freud è «fatta dal mare azzurro e di quello grigio, delle
bellezze dei monti nevosi e delle verdi praterie, dell'incanto della foresta
nordica e dello splendore della vegetazione meridionale» - senza però
dimenticare la propria matria, il proprio luogo, il paese natale. In questo
luogo sono nati Don Milani e Maria Montessori, due grandi pedagogisti di cui
abbiamo appena celebrato gli anniversari: a loro dedichiamo questo Manifesto, rendendo
omaggio, nella loro diversità, a due rappresentanti della «scuola all'aria
aperta», una scuola bene comune, di tutti, una scuola democratica; una scuola
del corpo e della motivazione.
Il Manifesto degli
«Alfabeti Ecologici» è stato elaborato dal
gruppo di «saggi»
costituito presso il Ministero dell'Ambiente dalla professoressa Laura
Marchetti [Sottosegretario di Stato, con delega all'Educazione ambientale],
di cui fanno parte:
Mauro Agnoletti, professore associato, Facoltà di Agraria Università
di Firenze
Mario Alcaro, professore ordinario di Storia della Filosofia, Università
della Calabria
Luisella Battaglia, professoressa associata di Bioetica, Università
di Genova
Piero Bevilacqua, professore di Storia contemporanea, Università
di Roma
Dino Borri, professore ordinario di Tecnica e pianificazione
urbanistica,
Politecnico di Bari
Pietro Laureano, architetto, consulente UNESCO
Luigi Maria Lombardi Satriani,professore ordinario di etnologia,
Università
di Roma, Presidente dell'Associazione per le Scienze etnoantropologiche
Alberto Magnaghi, professore ordinario di Pianificazione Territoriale,
Università di Firenze
Franca Pinto Minerva, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e
Preside
della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Foggia [coordinatrice
del gruppo]
Giuseppe Prestipino, professore emerito di Filosofia teoretica,
Università
di Siena, Presidente onorario del Centro per la Filosofia italiana
Carla Ravaioli, giornalista e saggista
Patrizia Resta, professoressa ordinaria di Antropologia culturale,
Università
di Foggia
Mario Salomone, professore a contratto di Educazione ambientale,
Università
di Bergamo
Enzo Scandurra, professore ordinario di Ingegneria del Territorio,
Università
di Roma
Edoardo Winspeare, regista
Un ringraziamento particolare va all'architetto Francesca De Lucia che, con
puntualità e intelligenza, ha coordinato le varie stesure del testo.
Un omaggio con la mente e con il cuore va infine rivolto a Fabrizio Giovenale
che tutto ci ha insegnato.
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