È da cinquant’anni che corrono tutti; chi è elettrico, chi nervoso, chi sovraeccitato, chi calmissimo e muore dal sonno e non ci arriva ad andare dietro tutti quanti. Non ce la facciamo più, ma non riusciamo a smettere, e non per la solita idiozia della droga e della dipendenza, ma perché, infondo, non riusciamo ad immaginarci come potrebbe essere senza. I miei nonni avevano la speranza del loro passato, noi, a cominciare da mio padre no, non abbiamo che l’attesa del futuro
Mio nonno Giovanni ha zappato la terra fino a trentacinque anni e fino a quel momento non aveva mai pensato di poter cambiare mestiere. Mio nonno Giuseppe era un impiegato comunale e possedeva una piccola trattoria dove lavorava sua moglie, mia nonna Anna, la mattina, e lui nel pomeriggio. Poi tutti sono finiti a lavorare nella fabbrica di caffè. Mio nonno Giovanni curava le piante di caffè che la Mokat utilizzava per sperimentare nuove specie più produttive. Il nonno Giuseppe invece divenne uno dei contabili della Mokat; mia nonna Anna continuò a preparare da mangiare e a fare caffè ma per conto della fabbrica. Tutti in paese cominciarono a lavorare alla fabbrica di caffè e senza che se ne accorgessero cominciarono ad essere sempre più veloci, sempre più frenetici e si cominciarono a saltare i pranzi e a fare solo pause caffè. Tutto cominciò a scorrere molto velocemente. I figli dei miei nonni (i miei genitori e i miei zii) vennero assunti alla fabbrica, che velocemente era diventata la più grande d’Italia. Il padrone della Mokat si arricchì nel giro di pochi anni. Don Herrera pensò bene di spiantare la sua vecchia fabbrica sudamericana, che per le leggi del suo paese era ormai troppo vecchia e lenta, e di trasformarla in quella che per le leggi del nostro paese sarebbe diventato un nuovissimo impianto capace di dare lavoro e di modernizzare la vita dei paesani. Quando la generazione di mio padre entrò in fabbrica i miei nonni cominciarono a ritirarsi e tornarono ad abitare nelle campagne dove si disintossicarono e si ricordarono in qualche parte nel loro cervello che erano stati altro e ripresero a vivere alla velocità della loro giovinezza. Da mio padre in poi invece non abbiamo conosciuto che la velocità e le pause caffè. Alcuni medici cominciarono a dire che con questi ritmi si rischiava di vivere molto meno; in realtà la prospettiva di vita media passò dai sessantacinque anni ai trentotto, ma come ci vennero a spiegare dei luminari Brasiliani, il problema non era vivere tanto, bensì vivere pienamente, intensamente ogni attimo della propria esistenza. Bisognava lavorare e divertirsi. Si organizzarono così diverse feste. La più importante fu l’istituzione del carnevale permanete: una festa bellissima che durava tutto l’anno e dove delle bellissime donne seminude ballavano e ballavano e ballavano. Si istituì il premio “Futti futti” che mirava a selezionare gli amanti più veloci; in pratica chi veniva per primo riceveva un premio. Le gestazioni delle donne divennero molto più veloci; si restava incinte per non più di tre mesi. Era la selezione di Darwin, si diceva, che faceva il suo compito e che adattava la natura alle esigenze dell’uomo. Alcune volte capitava che delle donne venissero ingravidate mentre erano già incinte. Appena partorivano il primo figlio concepito il grembo non si sgonfiava perché c’era già l’altro figlio che si preparava a nascere. Si dormiva per non più di tre ore al giorno e mai in maniera consecutiva; venne messa a punto la pratica del sonno scomposto e ognuno riusciva a ritagliarsi un pezzetto di sonno quando era più opportuno durante la giornata. Il nipote di don Herrera, Don Adriano, divenne il nuovo padrone della Mokat che da allora si chiamò MokatexprEsso. Si fecero dei caffèdotti che portavano il caffè direttamente dalla fabbrica a tutti i bar d’Italia. Alcune persone perforavano i caffedotti e si appiccicavano al tubo a bere caffè gratis. Tutto correva, tutti correvamo tutto era veloce ed era giusto che fosse così, era l’unico modo possibile e adesso che la fabbrica ha chiuso perché il caffè non lo beve più nessuno, perché tutto ha un inizio ed una fine, a me sembra che tutto continui a correre e che veloce mi passi tutto davanti agli occhi come quando nei films dicono che davanti alla morte tutta la vita ti passa davanti in un momento. Se avessi il tempo per pensarci forse penserei che io la vita l’ho vissuta in un momento, l’ho corsa in un solo momento e ora a trentotto anni voglio legare mio figlio ad un tronco d’albero per tenerlo fermo, voglio legare mio figlio all’albero sotto cui sono seppelliti i miei nonni. Voglio legare mio figlio all’amaca che stenderò tra i due alberi sotto i quali sono seppelliti i miei nonni. Voglio che mio figlio rassomigli tanto a quella foto di Don Herrera nel suo ufficio a Rio.
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