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Afghanistan, la colonia ideale del XXI secolo
I taleban sono il «problema strategico» delle forze Nato e Usa a Kabul
Il
suo unico valore, per gli Stati uniti, è quello di uno spazio vuoto:
una base avanzata all'incrocio tra Medio oriente, Asia centrale ex
sovietica e Asia meridionale. Un luogo da occupare al minor costo
possibile
Marc W. Herold
L'unico valore dell'Afghanistan per gli Stati Uniti è l'essere uno
spazio vuoto. Come ha scritto Ramtanu Mitras su Asia Times, «l'arrivo
delle truppe statunitensi in Afghanistan nel 2001 fu una politica
deliberata per stabilire basi avanzate nella confluenza di tre aree
principali: Medio Oriente, Asia Centrale e Asia del Sud. Non solo si
tratta di aree ricche di fonti energetiche, ma anche del punto
d'incontro di tre potenze emergenti: Cina, India e Russia».
In
quanto spazio vuoto, l'Afghanistan richiedeva di essere militarmente
occupato, e però al tempo stesso mantenuto al minor costo possibile. A
differenza delle colonie del secolo XIX e delle nuove nazioni del Terzo
mondo indipendenti dopo la Seconda guerra mondiale, molto poco è stato
fatto e si farà per sviluppare le attività economiche o le
infrastrutture: l'Afghanistan non offre infatti prodotti e mercato
interessante. Offre solo uno spazio vuoto dal quale proiettare potere e
influenza. In questo senso, adesso che le finanze del Primo mondo sono
stanche, quel paese rappresenta la neocolonia ideale per il XXI secolo:
uno spazio vuoto da gestire al minor prezzo possibile.
La
necessità di mantenere a Kabul un governo accentrato e filoccidentale
si scontra però con l'ancestrale opposizione alla
«occidentalizzazione», specialmente se questa sminuisce la religione,
aumenta la corruzione, ignora le radici di profonda rivalità etniche e
cerca di minare le politiche e le lealtà delle tribù imponendo
un'autorità centrale.
Gli sforzi degli Usa e della Nato su tre
terreni in particolare servono solo a rafforzare la resistenza e
sottolineano la grande distanza rispetto all'Iraq. In primo luogo,
l'impegno a stabilire un governo centrale efficace minaccia le
tradizionali politiche tribali dell'Afghanistan. In secondo luogo,
l'insistenza degli Usa nella sua particolare visione di «democrazia,
diritti umani, eguaglianza di diritti per le donne» ha indignato gli
islamici più tradizionalisti, compresi quelli che all'inizio
applaudirono alla cacciata dei talebani.
In terzo luogo, lo sforzo
intrapreso dalle forze d'occupazione per eliminare le colture di oppio
ha minacciato l'esistenza fisica di milioni di famiglie contadine
povere. In assenza di qualunque ricostruzione, si dà credibilità al
messaggio dei taliban: stranieri=sradicamento delle piantagioni di
oppio; no stranieri=ricostruzione. Nei tre casi, la situazione in Iraq
è molto diversa.
Al minor costo possibile
Dall'obiettivo
di mantenere l'Afghanistan uno spazio vuoto deriva una serie di
implicazioni. Primo, il fatto che pochissimi sforzi sono stati dedicati
alla ricostruzione e mentre c'è stata ampia tolleranza verso la
corruzione, cose che hanno contribuito a disilludere la popolazione e a
rafforzare la resistenza in armi. Nel 2006 l'amministrazione Bush ha
tagliato gli aiuti per la ricostruzione del paese da 790 milioni di
euro a 476 milioni; si confrontino queste cifre con le spese Usa per le
operazioni militari in Afghanistan: 8 miliardi di euro.
Il pomposo
incontro internazionale di paesi donatori tenutosi a Londra nel gennaio
2006 , fra discorsi appassionati e alta retorica, dal punto di vista
pratico ha portato meno delle analoghe conferenze di Tokyo (2002) e
Berlino (2004). Certo, sono in esecuzione alcuni progetti utili a
migliorare la vita degli afghani più poveri, ma certo non grazie
all'inefficienza governativa, alle priorità ufficiali, o
all'occupazione militare; anzi, piuttosto, malgrado tutto ciò. Un
possibile esempio è l'associazione fra l'organizzazione non governativa
del Bangladesh Brac e il Programma nazionali di solidarietà del
Ministero della riabilitazione rurale dell'Afghanistan.
Una
seconda implicazione è che gli Stati Uniti si preoccupano ben poco
della vita quotidiana della media degli afghani. Quel che succede
nell'Afghanistan presieduto dal grande satrapo Hamid Karzai deve essere
presentato come stupendo, per servire come cassa di risonanza
all'amministrazione Bush. Vanno invece ignorati: oppio, violenza,
oscena opulenza di pochi in un mare di povertà, indici di sviluppo
umano deplorevoli, corruzione, narcomafie, connivenze, un Parlamento
che contiene una maggioranza di elementi antidemocratici e via dicendo.
In ogni modo, ben pochi sforzi sono stati fatti per «guadagnare i cuori
e le menti». Quando ci si accorge che le piantagioni di oppio possono
essere una fonte di finanziamento per la resistenza, arriva il momento
di mandare forze politiche e militari a sradicare i bulbi in fiore
senza tener conto della sorte dei contadini privati di ogni fonte di
reddito.
Come ha affermato Simon Jenkins, «l'occupazione
dell'Afghanistan è servita solo a trasformare i talebani da oppositori
a paladini del commercio di oppio». La politica di Bush e del premier
britannico Tony Blair rispetto all'oppio afghano è stata assolutamente
cinica: come premio ai signori della guerra per il loro appoggio a
Karzai, le forze internazionali finsero di non vedere le semine
avvenute fra il 2002 e il 2005. In seguito la campagna di sradicamento
delle piantagioni ha riguardato soprattutto il sud a popolazione
pastun, anziché le regioni del nord che sono controllate dall'Alleanza
del Nord, alleata di Karzai.
Una terza implicazione è che
mantenere la chimera di un governo centrale è necessario. Il marchio
Karzai è stato venduto bene al pubblico internazionale. Non importa se
il potere del leader, dopo anni e anni dalla caduta dei talebani, si
limita alla capitale e poco oltre. Quando nei mezzi di comunicazione
statunitensi sono risuonate alcune voci critiche, l'amministrazione ha
fatto di tutto per screditarle dichiarando guerra alla cattiva stampa.
Fra il 2003 e il 2006 l'amministrazione Bush ha sborsato l'equivalente
di 1,3 miliardi di euro per allineare l'opinione pubblica al Pentagono.
Infine, mentre sono cresciuti ben oltre le aspettative i costi
finanziari ed economici del mantenimento di uno spazio vuoto in
Afghanistan, gli Stati Uniti hanno cercato di coinvolgere i paesi della
Nato in combattimenti sempre più aspri. Intanto continuano a dichiarare
con toni sicuri che «i taleban possono essere un problema tattico
contingente per noi, ma noi siamo un problema strategico di lungo
termine per loro» (Peter Pace, capo di stato maggiore Usa).
Toni da
propaganda, che dimenticano il fatto che anche i mojaheddin per i
sovietici iniziarono come un problema «tattico», per convertirsi in
seguito nel problema strategico centrale per le forze di occupazione
sovietiche, nel senso che la «vittoria» dei mojaheddin era garantita
dal semplice fatto di non essere sconfitti (come ammise candidamente
Henry Kissinger).
La sofferenza invisibile
Oggi,
per quanto le forze di Stati Uniti e Nato possano godere di un
vantaggio strategico e la resistenza afghana di un vantaggio tattico,
nella pratica le posizioni si stanno invertendo: la seconda sta
sviluppando un vantaggio strategico e le prime acquisiranno un
vantaggio tattico (grazie al loro potere di fuoco concentrato,
soprattutto aereo, mentre gli afghani non hanno capacità antiaeree).
La
mia analisi si discosta in modo evidente da buona parte di quanto
affermano i mezzi di comunicazione di massa. Per esempio, nel programma
televisivo Nightly News Hour di Jim Lehrer, un esperto di questioni
afghane lamentava la risicatezza delle somme destinate alla
ricostruzione economica, soprattutto se confrontate con le spese
militari. Ma è proprio questo che bisogna fare, se l'Afghanistan deve
essere mantenuto come spazio vuoto, al minimo costo di mantenimento. Un
altro invitato nel programma sosteneva che gli afghani devono imparare
a credere nel regime di Karzai e nel suo sponsor statunitense. Ma le
masse di quel paese hanno tutti le ragioni per non riporre alcuna
fiducia in chi non ha fatto nulla per loro: Karzai, i signori della
guerra, i rispettivi circoli di opportunisti.
La situazione della
guerriglia in Afghanistan è più complicata di quella dell'Iraq, che
patisce una guerra civile fra le varie comunità. In Afghanistan certo
c'è qualcosa di simile, dal momento che il grosso degli attacchi si
verifica nelle province pastun, e inoltre il massacro fra fazioni di
mojaheddin che ha segnato gli anni 90 evoca una guerra civile.
Ma
ora il conflitto ha dimensione nazionale, religiosa e di classe che
etnica. Gli insorti hanno ragione quando affermano che il regime di
Karzai è illegittimo e rappresenta solo gli interessi limitati di una
classe urbana, una pseudoborghesia materialista e cleptocratica
appoggiata da un governo straniero.
Uno spettacolo grottesco si
rinnova ogni volta che la rinata insorgenza utilizza le sue armi a
basso costo, gli attentati suicidi. Ancora una volta è sul popolo
afghano che si scaricano e si scaricheranno i tormenti; come è avvenuto
durante la guerra antisovietica, la guerra fra le fazioni rivali di
mojaheddin, il dominio dei Taleban e i bombardamenti «di precisione»
degli Stati Uniti nel 2001 e dopo. Nello spazio vuoto dell'Afghanistan,
la gente comune è invisibile. E così pure le sue sofferenze quotidiane.
«L'Afghanistan come spazio vuoto», analisi di una moderna guerra coloniale
Questo testo è tratto dal libro «Afganistan
como un espacio vacio. El Perfecto Estado neocolonial del siglo XXI»,
pubblicato dalla casa editrice spagnola Foca alla fine del 2007.
L'autore,
Marc W. Herold, è docente di Economia all'Università del New Hampshire,
autore nel dicembre del 2001 del primo dossier sulle vittime civili
afghane dei bombardamenti statunitensi.
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